sabato 24 gennaio 2026

Cile, il colpo di stato ed i gringos di Gabriel Garcia Marquez

 



Gabriel García Márquez non era solo un maestro del "realismo magico"; era un giornalista d'assalto con un profondo impegno politico. Il colpo di stato in Cile dell'11 settembre 1973 fu per lui un trauma personale e intellettuale che lo portò a una decisione drastica: smettere di scrivere narrativa finché la dittatura di Pinochet non fosse caduta (promessa che poi infranse per "necessità" creativa e politica con "Cronaca di una morte annunciata").
Poco dopo la morte di Salvador Allende, Márquez scrisse un celebre articolo (spesso pubblicato con questo titolo) in cui ricostruiva lucidamente le dinamiche del golpe. Per lui, non si trattò di un evento locale, ma di un'operazione orchestrata dall'esterno.
Márquez descriveva il presidente cileno non come un rivoluzionario dogmatico, ma come un democratico convinto, vittima della sua stessa fiducia nelle istituzioni.
Gabo puntò il dito direttamente contro la CIA e l'amministrazione Nixon/Kissinger. Il termine "gringos" non era usato solo in modo colloquiale, ma come sinonimo dell'imperialismo economico e militare che non poteva tollerare un governo socialista eletto democraticamente nel proprio "cortile di casa".
Márquez sosteneva che il Cile fosse un esperimento unico: la via pacifica al socialismo. Secondo lo scrittore, i "gringos" e le élite locali usarono lo strangolamento economico prima ancora delle armi:

1. Scioperi indotti:Come quello dei camionisti, finanziato con dollari americani.
2. Boicottaggio del rame: Per distruggere la principale fonte di reddito del paese.
3. Propaganda:L'uso dei media per creare un clima di caos artificiale.

Gabo divenne una sorta di "ambasciatore" non ufficiale della resistenza cilena. Usò il suo prestigio mondiale per:

* Denunciare le violazioni dei diritti umani nei forum internazionali.
* Aiutare gli esuli cileni a trovare rifugio e voce in Europa e in Messico.
* Scrivere "La tragica avventura di Miguel Littín, clandestino in Cile", un reportage narrativo che racconta il ritorno segreto in patria di un regista     esiliato per filmare la realtà sotto la dittatura.

Per Márquez, la figura del dittatore latinoamericano (esplorata  ne "L'autunno del patriarca") non era una caricatura, ma il prodotto diretto di queste interferenze straniere e delle deformazioni del potere.

L'undici settembre 1973 è la data in cui è morto un mondo e ne è nato un altro, molto più oscuro.

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